a tempo perso

venerdì, 24 luglio 2009

Loris & Boris

(segue...)
Sono passati quasi 20 anni da questo episodio, ma me lo ricordo ancora benissimo perchè penso di non essere mai stato così vicino a voler fare davvero del male, male fisico di quello violento, a qualcuno come quella volta e tutto per cinquantamila lire e uno equivoco al limite del grottesco.
Si perchè se ci pensate e se vi mettete nei panni di Loris....

Mmmm carino il tipo con i capelli lunghi qui al semaforo. Quanti anni avrà? Forse appena maggiorenne, forse no, no, non lo è.
Con questi pantaloni larghi non si capisce come c'ha le gambe. Mi ha guardato! Dritto in faccia, manca poco mi sento arrossire.
Ecco il verde.
Fa la mia stessa strada, che coincidenza, non passa mai nessuno di qua. Ma che fa? rallenta? Oh mio Dio, cosa faccio, magari è minorenne, anzi sicuramente lo è.
Meglio lasciar stare. Però lo vedo che con la coda dell'occhio mi osserva. Dai, che fai? e cammina, ci facciamo notte di questo passo.
E' andato a sinistra, facciamo proprio la stessa strada.
Ma! Ma dov'è finito! Ah eccolo lì s'è fermato. Mi guarda, oddio che faccio? cammino.
Eccolo che è ripartito. Mi segue, ma che sfacciato! Certo che ogni lasciata è persa, torno indietro e mi presento...
- Ciao io sono Loris e tu?
- MAVVAFFANCULO, CREDEVO MI VOLESSI RUBARE IL PORTAFOGLI! UN PASSIO IN PIU' E TI SFONDO LA TEMPIA CON IL CASCO!
Mammamia che figura diMMerda e che fuori di testa! OH mammamia, MA CHI TE LO TOCCA IL TUO PORTAFOGLI!
(fine)
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Buffa la vita.
Con questa ultima idiozia (buffa la vita) vi saluto ed auguro buone vacanze a tutti. Anche a Loris.

scritto da: iBorisse alle ore 16:40 | link | commenti
categorie: varie ed eventuali, racconti, quando la realtà
mercoledì, 08 luglio 2009

Boris & Loris

Quindicianni da poco compiuti.
Oggi all'uscita da scuola non prendo il treno per Prato dove mi aspetta il mio fedele Sì.
Ho appuntamento con babbo alla Fortezza. C'è la mostra del caravan e forse cambiamo il camper.
Scendo dall'autobus dal lato del Romito e aspettando il verde del semaforo pedonale rimetto nel portafogli il biglietto non timbrato dell'Ataf. Si può usare ancora un'altra volta.
Cazzo mi sono rimaste nel portafogli le cinquantamila del regalo di compleanno. Devo stare attento a non perderle.
Al mio fianco è apparso un ragazzo. Rimetto il portafogli in tasca.
Percepisco un singolare interesse verso questo gesto da parte del tizio al mio fianco.
Lo guardo in faccia, e valuto. Non tanto alto, sui 20, mingherlino, 'na mezza sega, penso, e poi c'ho comunque il casco con me. Non lo lascio allucchettato al motorino perchè ho paura che mi ci piscino i cani o mi ci cachino i piccioni, di certo non perchè abbia paura che me lo ciulino. Nel complesso, mie decorazioni comprese, è abbastanza bruttino, ma piantato sul setto nasale fa il suo male, ne sono convinto.
Verde.
M'incammino attraverso il parcheggio che, da quando è a pago è quasi deserto.
Il tizio è dietro a 5-6 metri di distanza.
Forse è solo uno che fa la stessa strada, anche se è strano: passano poche persone a piedi da qui.
Rallento così mi passa avanti.
Il tizio è sempre dietro alla stessa distanza, lo vedo con la coda dell'occhio. Ha rallentato il passo anche lui.
Merda! Non è un caso.
Rallento ulteriormente. La distanza non cambia. Cazzo vole 'sto coglione!
Giro a sinistra sul viale.
Appena svoltato l'angolo l'impalcatura dei lavori di restauro della Fortezza s'interrompe bruscamente creando una rientranza.
Mi ci butto dentro. Se lo stronzo non ce l'ha con me mi supera o magari gira a destra e non lo vedrò comparire; se ce l'ha con me ho la sorpresa ed il casco dalla mia parte.
Trattengo il fiato.
Eccolo.
Si sofferma un attimo sorpreso, spaesato, stringo forte le dita intorno al para-mento, nervi e muscoli tesi, pronti a scattare.
Prosegue lungo il viale. Riprendo fiato e il cuore in petto rivendica tutti i battiti persi negli istanti precedenti. bump-bump-bump.
Seguo l'idiota con lo sguardo e quando penso che sia ad una distanza giusta riprendo il cammino che purtroppo è nella sua stessa direzione.
Cammino, più tranquillo ma neanche troppo. Sul marciapiede, a parte noi, non c'è anima viva e il tizio ogni tanto lo vedo che si gira a guardare dietro con la coda dell'occhio.
Si ferma si volta con passo deciso viene verso di me, le nocche sono bianche tanto sono strette intorno al casco, mi carico come una balestra
- Ciao io sono Loris e tu? (sorriso da ebete)
- MAVVAFFANCULO, CREDEVO MI VOLESSI RUBARE IL PORTAFOGLI! UN PASSIO IN PIU' E TI SFONDO LA TEMPIA CON IL CASCO!
Sbianca e se ne va mesto nella direzione dalla quale siamo venuti.

(continua)

scritto da: iBorisse alle ore 18:07 | link | commenti
categorie: varie ed eventuali, racconti, quando la realtà
lunedì, 09 marzo 2009

Futurama

Alle 7.35 il tostapane a raggi poli-ionici entrò in funzione automaticamente. 2,8 secondi dopo il toast era pronto, tostato a puntino su ambo i lati in modo uniforme.

Il tostapane, come tutti gli altri elettrodomestici, tutti i macchinari e tutti i mezzi di locomozione era alimentato a corrente dissociata prodotta da pannelli foto-atomici.

La corrente dissociata era costituita da due flussi distinti di particelle elettriche: uno di sole particelle positive, l'altro di sole particelle negative.

Il pannello foto-atomico non faceva altro che convogliare l'energia luminosa su uno strato gelatinoso ottenuto dai rifiuti organici addizionati con alcuni enzimi H modificati. Il gel, sotto la sollecitazione luminosa, produceva un flusso di protoni ed elettroni non legati tra loro che venivano distribuiti tramite collegamenti a cavità risonanti alle apparecchiature da alimentare.

Ogni sistema che aveva bisogno di energia era collegato, o ospitava al proprio interno, un ricombinatore che, sfruttando l'energia rilasciata dai legami che si venivano a formare tra protoni ed elettroni, forniva all'apparato la potenza necessaria a svolgere le funzioni preposte; nella fattispecie, tostare il pane.

 
ImpiantoFotoAtomico

Schema funzionale di un impianto foto-atomico domestico


Esistevano due tipi di ricombinatori: il ricombintore 2(1+1) o H2 e il ricombinatore 2+2 o He.

Il primo combinava 1 protone con un 1 elettrone formando un atomo di idrogeno (H) che inevitabilmente si legava ad un altro atomo H formando la molecole di idrogeno H2.

Il secondo combinava due protoni e due elettroni producendo un atomo di elio (He)

I ricombinatori 2(1+1) erano generalmente usati nel settore industriale per vari motivi:

  1. erano meno costosi
  2. l'idrogeno prodotto veniva riutilizzato per trattare i grassi delle merendine

I pareri riguardo i grassi idrogenati nelle merendine erano discordanti. I complottisti sostenevano che erano nocivi, a lungo andare addirittura mortali, la comunità scientifica delle merendine sosteneva che erano identici ai grassi naturali non trattati.

Alla metà degli anni 30 il governo, per risolvere la contesa, dette il via ad un esperimento su un campione di 8 volontari così composto:

due adolescenti anoressiche
due adolescenti bulimici di 12
un ultrasettantenne cardiopatico
una ultrasessantenna super-siliconata
un cane meticcio a pelo corto
un gatto di razza a pelo lungo

L'esperimento consisteva nel rinchiudere gli 8 in una casa, riprenderli 24 ore su 24 da 1000 telecamere e nel nutrirli esclusivamente con grassi idrogenati. L'esperimento venne finanziato dai proventi dei diritti televisivi del reality che ne scaturì e che venne intitolato “il grande macello”.

Il risultato del reality-experiment fu disastroso: dopo 1 mese i due animali morirono di diarrea; dopo 2 fu la volta dell'anziano, stroncato da infarto durante un amplesso con la siliconata ultrasessantenne trasmesso in diretta a reti unificate; di lì a poco fu la volta dell'anziana signora, deceduta durante una liposuzione; seguirono a ruota le due anoressiche per deperimento (cedevano le loro porzioni di grassi idrogenati ai bulimici e agli animali); infine fu la volta dei bulimici più o meno per gli stessi motivi dei due animali con l'aggiunta di complicanze cardiovascolari.

Nonostante l'ecatombe fu un successo televisivo incredibile, quanto inaspettato.

Le industrie delle merendine, per dimostrare la faziosità dell'esperimento e per risanare le perdite dovute al calo delle vendite, finanziarono allora “il grande macello 2”: stesso campione di cavie della prima edizione, ma stavolta nutriti esclusivamente con lardo di Colonnata.

Quando dico “ stesso campione di cavie” intendo dire che le persone e gli animali erano proprio gli stessi. Il pubblico sembrò non badare all'incongruenza del fatto; anzi sembrò apprezzare e la seconda edizione fu addirittura un trionfo. I risultati dell'esperimento furono identici e pertanto venne accettato il fatto che i grassi idrogenati facevano bene quanto quelli naturali e la vendita di merendine ebbe la sua ripresa.

I ricombinatore 2+2 veniva usato invece in ambito domestico principalmente perchè l'elio è meno esplosivo dell'idrogeno.

L'elio prodotto veniva usato per gonfiare i palloncini. I palloncini erano diventati in breve tempo il regalo più detestato dai mocciosi: i più magri facevano fatica a camminare alleggeriti dai palloncini legati ai bracci, i più ciccioni facevano fatica a portare il cibo alla bocca dato che i maledetti palloncini erano talmente tanti da costringerti a stare a braccia sollevate tutto il giorno.

La scuola era diventata improvvisamente un posto popolare: era l'unico posto in cui era consentito slacciarsi i palloncini dai polsi (era il solo modo per garantire visibilità di lavagna ed insegnante  anche dalla seconda fila in poi). Apposite rastrelliere per palloncini erano presenti all'ingresso di tutti gli istituti e all'uscita il personale non docente vigilava che ogni bambino si riprendesse il proprio sacchetto della spaz..., pardon, i propri palloncini).

Come contropartita, andare al cinema a vedere un film per bambini era invece un incubo.

All'inizio degli anni '40 alcune case produttrici di pannelli foto-atomici pensarono di riutilizzare l'elio prodotto per far volare i pannelli stessi in modo da aumentare l'efficienza in presenza di nebbia o pioggia. Dopo l'intricato intreccio di pannelli che si verificò con la prima libecciata e il primo incidente aereo il progetto fu però abbandonato ed i bimbi ritornarono a camminare per le strade nella posa della mummia vivente: con le braccia sospese a mezz'aria, legati per i polsi agli innumerevoli palloncini.
A parte i disagi dovuti all'elio i pannelli foto-atomici stavano dando i loro risultati ed i mari stavano lentamente ritornando al loro posto con grande disappunto di Boris e della Regione Toscana: il primo era costretto ogni anno a percorrere sempre più strada per andare al mare; la seconda stava vedendo scendere vertiginosamente la presenza dei turisti che ogni anno accorrevano sul litorale chiantigiano.
 ChiantiBeach2
Lido di Greve in Chianti

Boris addentò il toast e guardando i suoi piccoli disse:

-         oggi niente scuola, andiamo tutti al mare!!

-         Nooooo!!! - protestarono in coro i due piccoli

-         Su, su, poche storie c'è un monte d'elio da smaltire prendetevi i vostri palloncini ed usciamo.


(continua...forse...)

Boris

scritto da: iBorisse alle ore 12:36 | link | commenti (6)
categorie: racconti
martedì, 16 dicembre 2008

L'agente

L'aria era tesa, era quella dei momenti topici in cui scopri se giorni e giorni di appostamenti, pedinamenti avrebbero dato i loro frutti o si sarebbero inesorabilmente rivelati tempo perso.

Da qualche parte nell'edificio una pendola rompeva il silenzio, altrimenti assoluto, con ritmo indolente e svogliato: un metronomo stanco che rallenta di un po' colpo dopo colpo, battito dopo battito.

L'agente fissava la signora Rossi intenta a leggere i propri diritti e intanto si rigirava tra le mani l'oggetto contenuto nell'interno della tasca della giacca. Era un oggetto di metallo dalla forma cilindrica allungata. Gli era stato consegnato all'inizio della missione da Marta: assistente tecnico, segretaria nonché amante dell'agente Bianchi.

Si ricordava ancora le esatte parole che Marta aveva pronunciato nel consegnarglielo:

“E' un congegno molto sofisticato. Premendo questo pulsante da questa estremità esce una piccola punta. La punta contiene al suo interno una minuscola sfera che si trova a contatto con la sostanza colorante della cartuccia interna. Appena ne hai l'occasione, non esitare ad usarla.”.

La signora Rossi alzò lo sguardo dal modulo e fissò l'agente. Quell'uomo piacente ben rasato e ben vestito le ispirava, in modo del tutto irragionevole e sbagliato, fiducia: “Accetto” disse.

Bianchi fulmineo estrasse la biro di Marta dalla tasca e porgendola alla signora fece scattare fuori la punta con destrezza.

La signora Rossi firmò la sua condanna a tasso variabile: euribor + 2.3% di spread.


Boris              

scritto da: iBorisse alle ore 11:19 | link | commenti (7)
categorie: racconti, esercicci
venerdì, 03 ottobre 2008

Al

Quello che segue è una storia raccontata attraverso il dialogo di due personaggi.

Inizialmente volevo riportare solo il dialogo, ma mentre lo scrivevo vedevo tutta la scena e allora ho aggiunto poche descrizioni, quasi degli appunti per farci un giorno un cortometraggio.

Spero piaccia a qualcun'altro oltre me.

Boris


Oh, se qualcuno ci fa un cortometraggio prima di me c'ha la mamma Carfagna.

 

 

Le porte si aprono e l'anziano signore entra.

-         Buongiorno signore. Sale o scende?

-         Salgo grazie. Certo che non si capisce, questi cosi..., questi cosi meccanici..., o santo cielo non mi viene il nome, questo coso che ci porta su...

-         Ascensore, signore?

-         Sì, ascensore, ascensore! Sempre più veloci, ti s'aggroviglia tutto mentre sali, ma poi non arrivano mai. Quando ero piccolo nonna Adelina andò ad abitare in un palazzo con un... con un coso per portarti su. Con le porte di legno che le potevi chiudere. Cioè le chiudevi tu, non come queste che si chiudono da sole. Io ero piccolo e non avrei potuto prenderlo da solo, ma bé, sì, ero abbastanza alto per arrivare a pigiare il bottone. Abitava al 4, nonna Adelina e io lo prendevo da solo. E come mi piaceva. Era bello. Andava pianino, ma mi sembrava che si arrivava subito. E quando si arrivava sobbalzava tutto.

Ma mi scusi, dove sono? e lei chi è?

-         Lei è in ascensore e io sono il lifter, signore.

-         Santo cielo che parole difficili, tutti a parlare straniero voialtri, ma un nome ce l'ha?

-         Mi chiamo Al, signore.

-        Al? Al, certo certo, come quello là della televisione. Grande voce, ma poi, anche lui a lasciare quella povera ragazza dopo quello che era successo. E lei tanto bella.  A Cecilia piaceva quella canzonetta sciocca del papero. La metteva di continuo nel mangiadischi. E ballava, ballava per ore. Tutta sua madre. Io e l'Armida ci siamo conosciuti a ballare, sa?  La vidi ballare e m'innamorai... La mia Armida sono 3 anni che non c'è più.

-         Me ne rattristo, signore.

-         Oh, mi scusi, ci conosciamo? Sa dirmi che ci faccio qui? Lei chi è?

-         Stiamo salendo signore e io sono Al

Al? Cos'è un diminutivo?

 

L'anziano intanto fruga nelle tasche e con aria furbetta estrae un cioccolatino. Lo scarta, se lo caccia in bocca e gettando la carta a terra dice strizzando un occhio ad Al:

-         Sa, non dovrei, il dottore dice che  c'ho il diabete, ma io, tanto sto bene, anzi con la cioccolata sto meglio! Ne vuole uno Alessandro? Sa, anche mio genero si chiama Alessandro.

 

L'anziano si volta verso l'angolo dell'ascensore dando le spalle ad Al.

-         Signore. Signore, mi scusi cosa sta facendo?

-         Eh?

-         Sta urinando signore!

-         Io? No. No.

-         In ascensore!

-         Oh, insomma lo fanno tutti!

L'ascensore si ferma e le porte si aprono inondando l'ascensore di luce.

-         Dove siamo?

-         Al suo piano signore; più precisamente tra l'ottantesimo e l'ottantunesimo. In fin dei conti è abbastanza fortunato: in molti hanno il proprio piano molto più in basso. I più fortunati invece non hanno affatto un proprio piano.

-         Io, io voglio tornare a casa, l'Armida se non mi vede starà in pensiero. Io, io... cosa faccio qui? Dove sono?

-         Casa sua è da questa parte signore. Non potrei, ma se permette l'accompagno.

 

Tenendolo per un braccio, Al guida il vecchietto in uno spazio dalla luce diffusa, bianca,  abbagliante.

-         Grazie, grazie giovanotto, sono un povero vecchio solo. Forse mi sono perso.

-         Non si preoccupi starò sempre con lei signore

-         Sei un bravo ragazzo, come ti chiami?

-         Mi chiamo Al, signore.

-         E di nome?

-         Al è il mio nome, signore. Di cognome faccio Zaimer

-         Dove stiamo andando Alessandro, voglio tornare a casa.

-         Il concetto di casa signore, è un concetto relativo; astratto. Per il resto dei suoi giorni lei vivrà nel mio, anzi nel nostro, spazio. Uno spazio dentro lo spazio. Ne condivide le superfici ed i contorni, ma non vi appartiene perché nel nostro spazio il tempo è un tempo dentro il tempo. A volte sincrono a volte asincrono. Sempre indietro. Un tempo che si allontana o che rincorre il tempo dei calendari e degli orologi.

-         Basta! Che gusto ci prova! Sono solo un povero vecchio! Che gusto ci prova a confondermi le idee!

-         Nessun gusto, signore. E' solo il mio dovere, sono qui per questo.

 


scritto da: iBorisse alle ore 13:44 | link | commenti (30)
categorie: racconti, cortometraggi, esercicci
lunedì, 18 agosto 2008

L'ordinario caso Genovesi

Il corpo giaceva sotto la scarpata della strada dalle 7:00 di quel sabato mattina. Con l'uccello fuori dalla patta e la schiena spezzata attendeva di essere ritrovato alle 7:40 da Giovanni Pregadio, detto zio merda per l'abitudine di raccattare qualsiasi cosa gettata anche solo vagamente riutilizzabile.

Il fatto che si inizi con un cadavere non fa di questa racconto un giallo o un noir ed infatti diciamo subito che l'assassino è Matteo Alemanni: 36 anni; incensurato; precario; sposato e con due figlie: Futura (8 anni) e Asia (6), sintomo (la scelta dei nomi) della voglia di nuovo, di diverso.

Aggiungiamo anche, tanto per togliere ogni voglia di suspance, che nessuno fu mai accusato d'alcunché.

Come la polizia poté rilevare dai documenti rinvenuti nel portafoglio della vittima, il corpo apparteneva a Marco Genovesi: 53 anni; incensurato; operaio tessile in cassa integrazione; sposato con tre figli: Dimitri (25 anni), Natasha (23) e Silvio (15) a dimostrazione del passato e dell'attuale orientamento politico.

I giornali riportarono che Marco Genovesi era una “persona mite”: non aveva infatti un reddito sufficientemente elevato per meritarsi il “persona rispettabile” della stampa. Ad ogni modo, anche se lo avesse avuto (il reddito elevato), la memoria del Genovesi non avrebbe mai potuto aspirare a tanto rispetto mediatico: rimaneva infatti quel particolare scabroso della fava al vento: particolare imperdonabile in un emerito sconosciuto.

Al di là delle frasi fatte dei giornalisti, il Genovesi era un grande guerriero.

Aveva abbattuto centinaia di nemici spietati durante l'inaugurazione del centro commerciale per accaparrarsi una Play Station sotto costo per il piccolo Silvio.

Aveva incrociato le spade con orde di pensionati incarogniti durante le code agli sportelli.

Aveva combattuto contro l'amministrazione pubblica in più di un'occasione per cercare di ottenere rimborsi ed esenzioni.

Aveva sopportato le ingiurie dei condomini per la tenda parasole della terrazzino dal colore non omologato.

Soprattutto s'era fatto un culo tanto per mantenere tutta la famiglia.

L'Alemanni non era sicuramente da meno: di giorno lavorava sottopagato come operatore in un call center e di notte lavorava a nero come facchino presso un grosso spedizioniere.

Il Genovesi e l'Alemanni non si conoscevano e non si erano mai incrociati prima di quel sabato.

Il Genovesi come tutte i giorni da quando era in cassa integrazione, era uscito a fare una pedalata. Bici Legnano da passeggio del 1986 in buono stato; fruit bianca; jeans corti verdi; sandali marroni: insomma, niente a che vedere con un ciclo-amatore. Nessuna passione per il ciclismo; solo pura e semplice valvola di sfogo. Un modo per passare un po' di tempo senza pensare ai conti e a tutto il resto.

Giunto al chilometro 23 della provinciale era sceso di sella, aveva appoggiato la bici ad un pino, e fatti pochi passi più avanti si era infine fermato sul ciglio della strada. La carreggiata alle spalle. Lo sguardo perso sui campi circostanti.

L'Alemanni, rincasava da un lungo turno di facchinaggio, mancavano pochi minuti alle 7:00. Al chilometro 23, il sonno maligno e irrefrenabile si abbatté sull'Alemanni. L'auto, fuori controllo, falciò il Genovesi che stava pisciando.

L'Alemanni riuscì a riprendere il controllo del veicolo, ma non c'è dato sapere perché non si fermò, né se sarebbe servito a qualcosa.

Questa la realtà dei fatti. Non molto distante dalla ricostruzione della polizia: le strisciate nere sull'asfalto non lasciavano dubbi. Molto lontana invece dalle allusioni dei primi articoli del giornale locale: il cazzo all'aria su una strada battuta giorno e notte da puttane e travestiti era un facile appiglio per pestare nel torbido.

La polizia archiviò il caso dopo poche settimane e blande ricerche.

La stampa se ne occupò giusto giusto per un paio di giorni e solo in virtù di quel pisello al vento.

La Legnano del Genovesi non fu mai ritrovata: zio merda aveva pensato bene di portarsela a casa prima di avvisare la polizia.

Come preannunciato non si tratta né di giallo né di noir. Date voi un colore a questo racconto se vi va. Secondo me, il fatto che questo caso possa verosimilmente definirsi “ordinario” la dice lunga e se proprio gli si deve dare un'etichetta, un colore, un profumo, non si può non tener conto del soprannome del Pregadio.

Boris                      

NB: Riferimenti a fatti e/o persone sono del tutto casuali


scritto da: iBorisse alle ore 10:03 | link | commenti (26)
categorie: racconti, esercicci
venerdì, 09 maggio 2008

Il girotondo dei Bravi Bambini

All'uscita della stazione lo accolse l'odore di lana bagnata esalato dal fiume. Non si poteva definire "gradevole", ma per il Piccolo Capellone era come la puzza delle proprie scoregge: fa schifo, ma è parte di te e ti strappa sempre un sorriso. Il treno era stato puntuale; peccato che fosse quello delle 19.00 anziché quello 18.32. Per giunta il treno era diretto a Bologna anziché a Viareggio e il Piccolo Capellone fu costretto a scendere alla centrale anziché al Serraglio. Aveva perso la cognizione del tempo ascoltando LP alla "Galleria del disco", aveva perso il treno delle 18.32, era in ritardissimo e se non si sbrigava avrebbe perso anche l'autobus. Aveva pochissimi minuti per attraversare il centro, prendere l'ultima corsa del 19 e una volta a casa prendersi una risciacquata dal babbo. Al tempo il termine "cellulare" indicava soltanto la camionetta della polizia penitenziaria e di gettoni il Piccolo Capellone non ne aveva.
S'incamminò lungo la sponda del fiume che cambiava colore con le stagioni e con le mode, vista la quantità di tintorie che scaricavano a monte. La zona era famosa per essere luogo di spaccio e di buco, ma il Piccolo Capellone non era spaventato: aveva su la faccetta dura, era nato e cresciuto (poco) nel quartiere più famigerato della città e poi arrivare in ulteriore ritardo era più angosciante della possibilità di imbattersi nel peggiore dei tossici.
A casa lo accolsero l'isteria e la furia previste. Niente sberle, almeno quella volta. Nessuna domanda su perché e per come. Solo urla rabbiose e il pesante senso di inadeguatezza del Piccolo Capellone, che, come al solito in questi casi, sentiva sospesa, se non addirittura revocata, la concessione parentale all'usufrutto del bene e dell'affetto.

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Il treno arrivò con circa 40 minuti di ritardo. All'uscita della stazione centrale lo attendeva la macchina parcheggiata vicino al fiume che adesso, grazie ai depuratori, puzzava di marcio e non cambiava più colore con le mode e le stagioni, ma manteneva lo stesso color merda 365 giorni l'anno, anno dopo anno. 
Il Capellone Cresciuto si accasciò sul sedile. Lo sfrigolio in sottofondo non era dovuto all'interferenza del cellulare sulle casse dell'autoradio, ma dai suoi polmoni. Troppe le sigarette fumate, troppa la tensione accumulata e somatizzata durante il lunghissimo week end. Era affranto per l'ennesima storia finita male. Aveva già percepito che comunque non poteva durare. Lui per primo se n'era reso conto con largo anticipo, ma anziché mollare era stato mollato e stava male. Non era questione di orgoglio, era qualcos'altro. Non aveva fatto niente di male eppure si sentiva in colpa per essere stato mollato. Si sentiva inadeguato; si sentiva come quando veniva sgridato dal padre. Il Capellone Cresciuto finalmente capì cos'era e odiò. Odiò come non mai tutti i Bravi Bambini del mondo e in particolare quello che si portava dentro. Il Capellone Cresciuto pensò che i Bravi Bambini fossero i mercanti più spregevoli che l'umanità avesse mai conosciuto. Pensò che fossero gretti perché mercificavano un bene inestimabile: l'affetto delle persone care. Li trovò ipocriti perché in cambio dell'affetto offrivano "giusti" comportamenti e "buone" azioni e quindi il loro "giusto" e il loro "buono" avevano in realtà secondi fini. Pensò infine che fossero infinitamente stupidi perché si facevano un culo tanto per avere in concessione quello che spettava loro di diritto.
In preda alla rabbia il Capellone Cresciuto prese il Bravo Bambino Cresciuto per il collo e lo strangolò.
Al suo posto rimase un buco abitato da un granchio. Il Capellone Cresciuto non sapeva se questa nuova creatura fosse meglio, peggio o semplicemente diversa dal Bravo Bambino. Faceva male il granchio. Sentiva le chele stringere i bordi del vuoto che abitava. Non sapeva ancora se il granchio stesse cercando di allargare quel buco o stesse disperatamente tentando di tenerne insieme i lembi.

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L'Uomo Abitato dal Granchio era nervoso e preoccupato. Non per il granchio, ma per il Piccolo. Il Granchio era ormai una presenza silenziosa accucciata nel buco richiuso. Non faceva più male e si faceva sentire solo quando le cose non andavano proprio. Come era sempre stato sin dalla sua comparsa, anche in questi casi non era chiaro se le chele cercassero di riaprire il buco o di mantenerlo chiuso. In ogni caso era sempre un prezioso campanello d'allarme. Il Piccolo, al contrario, era una presenza rumorosa e giocosa e in quel momento non era a casa. L'ora stabilita per il rientro era già passata da un pezzo, ma del Piccolo nessuna traccia nonostante fosse un bambino responsabile e ubbidiente.
Finalmente il Piccolo rincasò. L'Uomo Abitato dal Granchio aveva accumulato troppo nervoso e stava per sbottare contro il Piccolo, ma fu bloccato dalla faccia dispiaciuta del Piccolo e da una poderosa pinzata del granchio. Improvvisamente l'Uomo Abitato dal Granchio si vide, mano per la mano, in un girotondo di Bravi Bambini. Nella destra la mano del padre nella sinistra la mano del Piccolo. Si sentì improvvisamente stanco, aveva ucciso il proprio Bravo Bambino per farne nascere uno nuovo nel Piccolo. La rabbia svanì. Si piegò sulle ginocchia per parlare ad altezza Piccolo, da pari a pari e a voce quasi bassa disse: "Ma porca miseria non dovevi tornare prima?", poi abbracciando il Piccolo aggiunse: "Ero in pensiero". Sempre tenendolo abbracciato cominciò a fare tutte le domande che avrebbe voluto sentirsi fare quando era solo un Piccolo Capellone. Stai bene? Ti sei divertito? Hai visto, fatto, imparato qualcosa d'interessante?
E mentre rispondeva l'espressione del Piccolo s'illuminava. Non era la faccia di chi capisce di averla fatta franca, ma di chi capisce di aver sbagliato ma si sente comunque amato.
Nessuno se ne accorse, ma in pochi minuti cadde il Mondo, cadde la Terra, i Bravi Bambini chiusero il negozio e finalmente, ridendo, caddero giù per terra.
 

Boris 

scritto da: iBorisse alle ore 15:36 | link | commenti (8)
categorie: racconti
giovedì, 10 aprile 2008

Alla dogana di Paperopoli

I fatti narrati nel seguito sono realmente accaduti.
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Sono dipendente della A.C.M.E e faccio per conto loro il consulente alla Paperopoli SpA.
Un tempo la gestione degli accessi a Paperopoli era affidata al commissario Basettoni.
Basettoni era veramente in gamba: dopo la prima volta si ricordava perfettamente chi eri da quale responsabile di Paperopoli eri diretto.
Se all'ingresso c'era coda di visitatori occasionali da inserire nei registri doganali ti faceva passare avanti e ti allungava un badge che poi avrebbe registrato con comodo a coda smaltita. Basettoni dopo qualche mese mi fece avere anche un badge personale in modo da non dovermi registrare tutti i santi dì.
Nonostante l'efficenza di Basettoni, un giorno di circa un anno e mezzo fa, la gestione della dogana di Paperopoli viene affidata ad un'altra ditta.
Ecco che Basettoni viene sostituito da Gamba di Legno e il mio badge personale (non ho mai capito perché) viene annullato.
Comincia così il calvario di noi consulenti all'ingresso di Paperopoli.
- Chi è lei?
- Paperino, vado da Paperone.
- Chi?
- Paperino, vado da Paperone.
- PaperinI?
- No, PaperinO.
Ed ecco che Gamba di Legno inizia ad inserire i dati con l'unico dito con cui osa toccare la tastiera: l'indice sorvola la tastiera avanti e in dietro alla ricerca della lettera fuggiasca e appena individuata vi si abbatte sopra con violenza STONF!.
(stonf)P (stonf)A (stonf)P (stonf)E (stonf)R (stonf)I (stonf)N
- Ha detto Paperino, vero?
- Sì, Paperino
(stonf)O (STONF)<invio>;
- Da chi va?
- Da Paperone.
(stonf)P (stonf)A (stonf)P (stonf)E (stonf)R (stonf)O (stonf)N (??...???) (stonf)E (STONF)<invio>

Così, stonf dopo stonf, colpo su colpo finiva di inserire tutti i dati e ti allungava un badge, generalmente con la scritta "Manutenzione".
A quel punto conveniva fingersi idraulici, imbianchini o muratori per tutto il giorno piuttosto che farsi registrare come consulente.
Per quasi 6 mesi tutte le mattine la stessa storia, la stessa identica pagina di questo fumetto.

Allo scadere del sesto mese Gamba di Legno si è finalmente reso conto di essere a Paperopoli, i tasti della tastiera continuano a scambiarsi di posto, ma ha assorbito per osmosi un po' di nomi e così la pagina cambia.
- Eta Beta, vero?
- Ehm, no, Paperino.
- Ah, sì, sì, Paperino.
P A P E R I N O <invio>
(gli "stonf", ci sono ancora, immaginateveli da soli, che io mi sono rotto)
- Va da Archimed... ah, no, no, va da coso lì... da Paperoga.
- Paperone.
- Da Paperone?
- Sì, proprio da lui.
A R C <back space><back space><back space> P A P E R O N E <invio>
Per altri 6 mesi ci fermiamo a questa pagina. Faccio notare solo che Eta Beta in effetti è un consulente anche lui, ma non è della A.C.M.E. ed inoltre la somiglianza che c'è tra me e lui o tra i nostri rispettivi cognomi è, per l'appunto, la stessa che si può travare tra Paperino ed Eta Beta.

Un giorno la svolta.
In coda davanti a me trovo Gastone, un collega della A.C.M.E. che da un po' di tempo era mancato da Paperopoli.
- Chi è lei?
- Gastone.
- Bastone?
- No, G-Gastone, con la G, vado da Paperone.
P A P E R O N E <invio>
G A S T O N E <invio>
- Ma da chi va? Qui non c'è nessun Gastone!
- PAPERONE! Io sono Gastone.
- INSOMMA, CHI E' LEI?
- SONO GASTONE E VADO DA PAPERONE!
Finalmente ce la facciamo e Gastone prende il suo badge. A questo punto tocca a me e Gamba di Legno prova a rimediare facendo lo splendido:
- Eta Beta da Donald Duck, vero?
- No, Paperino da Paperone.
- MI DIA UN DOCUMENTO!
Non si è mai visto in un numero di Topolino Paperino che mena Gamba di Legno, ma, credetemi, sta per succedere. Gamba di Legno deve aver fiutato il pericolo e si affretta ad aggiungere:
- Le faccio il badge personale
Fu così che si concluse il calvario di Paperino all'ingresso in Paperopoli.

Ieri mattina ho visto facce nuove al confine e mi sono un po' inquietato, ma la sera all'uscita ho tirato un sospiro di sollievo: Gamba di Legno era di nuovo là con la sua bradipica dattilografia monodito.


(Da sinistra a destra: io - il portiere - l'altro consulente)

scritto da: iBorisse alle ore 13:42 | link | commenti (9)
categorie: racconti, quando la realtà
giovedì, 27 marzo 2008

Dancer & Subwoofer

Dancer's Brain                                                                        Speaker's Sub-woofers
Mi muovo …                                                                           Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
il corpo si muove …                                                                Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
bassi che scuotono …                                                             Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà …                           Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
non mi serve niente … luci ... muoversi                                   Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
...trascendere... I'm feeling like a modern dervish…                 Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
… testa … braccia … gambe e stomaco …                                 Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà …                           Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
che si muovono … gente intorno ma non mi curo …                Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
sono qui per ballare … non ballo da solo .…                             Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà  … ballo con lei …    Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
guida lei… la musica … ripetitiva …ossessiva …                          Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà 
Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà … la mia mente non Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
c'è più .... si fa riff … si fa loop … il corpo si fa ritmo … sono     Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
felice e mi fondo ….sono fuso ... con lei ... la musica .....
sono Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-Pà
Tum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-PàTum-Pà-tududun-Pà-Tum-Pa-Tum-PàTum-Pà-tududun..........

 

scritto da: iBorisse alle ore 15:19 | link | commenti (3)
categorie: racconti, esercicci
lunedì, 17 marzo 2008

Precisazioni

Per scrupolo ho controllato su google ed ho scoperto che esiste una macelleria Bonaiuti in zona Firenze.
A questo punto tengo a precisare che le persone e i fatti narrate nel  "Il Mercante d'ossi" sono frutto della mia fantasia ed ogni riferimento a fatti, luoghi o persone è puramente casuale.

scritto da: iBorisse alle ore 09:29 | link | commenti
categorie: racconti
venerdì, 14 marzo 2008

Il mercante d'ossi

Mi chiamo Dario Bonaiuti, figlio di Duccio Bonaiuti, nipote di Dante Bonaiuti. Sono l'ultimo di una stirpe di macellai fiorentini che iniziano per 'D', iniziata nel 1938 dal mio trisnonno Donatello Bonaiuti. Sono cresciuto tra quarti di animale appesi ai ganci, mannaie e coltellacci. Sin da piccolo sognavo di fare il macellaio, ma mio padre voleva un figlio laureato. Per rabbia e per dispetto m'iscrissi a economia e commercio a Milano, studiai come un invasato e tornai a Firenze solo dopo 6 anni con un pezzo di carta e un titolo di studio in più. Sempre per dispetto mi misi a fare il macellaio. Mio padre accettò la mia decisione senza fiatare, in fin dei conti, sospetto, se l'era sempre immaginato che prima o poi gli sarei succeduto dietro al bancone e davanti al ceppo. Non si capisce, sennò, come mai abbia mantenuto la tradizione di chiamare i primi figli maschi con un nome che inizia per 'D'. Un tempo, prima dell'invenzione dei macelli comunali, i "cicciai" andavano dagli allevatori, sceglievano i vitellini, se li facevano allevare e al momento giusto s'ammazzavano. Per non essere fregati dall'allevatore, ogni macellaio marchiava a fuoco le bestie scelte. Farsi fare i ferri per la marchiatura costava. Il mio trisnonno si fece fare il marchio DB, con la D rovesciata in modo che l'asta verticale delle due lettere siano unite in una sola. Ecco perché tutti gli eredi della macelleria Bonaiuti iniziano per D.
Presi in mano la gestione della bottega. Gli affari andavano bene, rifornivo di fiorentine i ristoranti più rinomati di Firenze. Per i ristoratori ero "i' bbistecca". Poi, poi arrivò la mucca pazza, la messa al bando della fiorentina e gli affari cominciarono ad andar male. Alla fine ho cambiato mestiere, o forse è meglio dire che ho cambiato "giro". L'attività è illegale, ma rischio poco e guadagno bene. E' per questa attività che sono qui da quasi un’ora in questo bar sperduto nella bassa Maremma a ripensare al passato mentre bevo birra e aspetto un corriere che non arriva.
Questo posto è surreale. E' un grosso bar appollaiato sul ciglio della provinciale, circondato per chilometri da soli campi. Il grosso parcheggio è sempre vuoto. Quando l'ho scelto per l'appuntamento ho pensato fosse uno di quei posti che non se l'incula nessuno. Invece, invece anche oggi il parcheggio è vuoto, c'è solo la mia station wagon, ma il bar è strapieno di ex-giovani e ex-anziani che giocano a carte e guardano la partita.
Ma home hazzo fanno a arriva' fin qui?!
Comunque il parcheggio è vuoto e questo è quello che conta. Maremma bu'aiola, ma home mai 'un'arriva qu'i' bbischero!.
L'essere stato a Milano per 6 anni, preso per il culo ogni giorno per via della 'C' aspirata, m'ha fatto perdere l'accento natio, ma quando sto per incocciarmi "eh risorte f'ori", come avrebbe detto nonno Dante.
La porta si è aperta e un ragazzo dai lineamenti dell'est è entrato. E' il mio uomo. Si dirige al banco e compra un pacchetto di MS morbide e se ne va. Mentre esce ci scambiamo uno sguardo d'intesa. Pago la birra ed esco.
E' buio fuori, il parcheggio è appena rischiarato da un lampione della provinciale. Parcheggiate ci sono solo la mia macchina e il suo fuoristrada. Apre il portellone posteriore della jeep, la luce di cortesia dell'abitacolo si accende illuminando le casse refrigerate. In silenzio ne apre una mi fa posto perché possa esaminare la merce. La cassa contiene 8 buste sottovuoto immerse nel ghiaccio.
- Maschio adulto, come richiesto. - Dice lo slavo.
Tiro fuori una busta dal ghiaccio e la esamino al chiarore del lampione. Il rosso è quello di merce fresca. Una giusta bordatura di grasso e un bell'osso attaccato. Il taglio è buono.
- Chianina. Affermo io.
Trasbordiamo tutte le casse nella mia station wagon, pago la merce, salgo in macchina, metto in moto e parto senza salutare.
Anche domani sera, in periodo di mucca pazza, i ristoranti "in" di Firenze avranno le loro bistecche da servire alla loro clientela selezionata.
In fondo, ho detto bene prima: non ho cambiato mestiere, ho solo cambiato giro. Se un giorno avrò un figlio, lo chiamerò Damiano.


iBborisse      


scritto da: iBorisse alle ore 17:31 | link | commenti (1)
categorie: racconti
giovedì, 13 marzo 2008

Il Gorgo

Di questo bellissimo racconto ho già parlato qui
Per chi non lo conosce o per chi non l'ha mai sentito raccontato così eccolo:

buon ascolto.

scritto da: iBorisse alle ore 12:19 | link | commenti
categorie: racconti
giovedì, 21 febbraio 2008

Senza titolo

Ho conosciuto le opere di Fenoglio grazie ai C.S.I..
La lettura del racconto "il gorgo" fatta da G.L.Ferretti durante il concerto ad Alba in memoria di Fenoglio e contenuta nella raccolta "noi non ci saremo vol.2" mi folgorò.
Il primo libro di Fenoglio che comprai fu "Una questione privata/I ventitrè giorni della città di Alba". Sono stato catturato subito dai suoi racconti di partigiani narrati in quel suo stile "asciutto", vivo, immediato.
Finii di leggere la raccolta "Diciotto racconti" poco prima di partire per il Guatemala.
Eravamo appena rientrati in Guatemala dopo un asettimana di mare in Belize e decidemmo di dormire in una posada a Flores per poi andare il giorno dopo a visitare le rovine maya di Tikal.
Quella notte mi sognai seduto ad una scrivania. Mi vedevo di spalle mentre scrivevo qualcosa. In piedi, accanto a me, con una mano posata sulla spalla e la testa chinata verso quello che stavo scrivendo c'era Ferretti.
Non so se Feretti stesse leggendo a voce alta quello che scrivevo oppure stesse dettando, ma al risveglio mi ricordai nitide tutte le parole.
Corsi dalla signora che gestiva la posada presi carta e penna e le trascrissi.
Ero entusiasmato dal sogno fatto e soprattutto incredulo: le parole che avevo ascoltato  formavano un racconto completo, di senso compiuto; un racconto partigiano.
Ecco le parole che sognai.

Senza titolo
Entrare in paese con un fucile in spalla non era sicuramente il miglior modo per passare inosservato.
Essere notato in un paese come quello, per uno come lui, poteva essere molto pericoloso; soprattutto se l'arma che si portava in spalla non funzionava.
Decise di nascondere lo Smith in un cespuglio sull'argine del fiume, sotto il ponte che lo attraversava poco prima della porta del paese.
Sarebbe entrato in P. travestito da mendicante.
Qui iniziava la parte difficile: i vestti che indossava erano lisi e lerci a sufficienza, ma lo sguardo...
Avrebbe dovuto mantenere lo sguardo basso e assente, da bove malato, tipico dei mendicanti della regione, e per lui, braccato e bracconiere oramai da mesi sulle montagne,
entrare nel covo del nemico senza che gli occhi saettassero vigili da un punto all'altro delle strade del paese, sembrava impresa impossibile.
Raccolse un barattolo arrugginito sul ciglio della strada poco dopo il ponte; assunse un'andatura ingobbita e zoppicante ed entrò in P. invocando la benedizione del Signore
per chiunque avesse fatto la carità.
Sapeva che il contatto da cercare faceva il calzolaio vicino la piazza del mercato e lì si diresse facendosi largo a suon di benedizioni tra i banchi e la folla mattutina degli acquirenti.
Riconobbe nell'aria l'odore dolce-acre della colla e del cuoio e seguì quella scia fino a pochi passi dall'ingresso del negozio.
L'urto non fu violento, ma talmente inaspettato che lo fece cadere.
Si rialzò in fretta, forse troppa per un mendicante zoppo e gobbo, domandando precipitosamente scusa all'uomo in divisa nemica contro il quale era andato a sbattere.
L'uomo in divisa iniziò a domandare autoriatario da dove venisse e come mai fosse lì in quel paese.
Lui non rispondeva, continuava a biascicare frasi di costernazione, col capo chino per non farsi guardare in faccia dall'ufficiale.
Fu a quel punto che sentì una voce alla sua sinistra che diceva:
- Non si preoccupi sergente, ci penso io a levare questa feccia dalla sua vista.
Il padrone della voce lo strattonò per la giubba, lo fece ruotare a destra e con un calcio alle reni lo fece rotolare giù per il vicolo a lato della piazza.
Durante la rotazione, prima del calcio, fece appena in tempo a vedere la faccia barbuta del suo aggressore.
Era ancora a terra dolorante quando si sentì trascinato per un braccio all'interno di una porticciola del vicolo.
Riuscì finalmente a rimettersi in piedi e scoprì, con stupore e speranza, di essere nel retrobottega di un calzolaio.
Davanti a lui sorrideva la faccia gioviale di un ragazzone.
Stettero a fissarsi senza parlare, fino a quando la porta che dava sul negozio non si aprì incorniciando la figura imponente dell'uomo barbuto che lo aveva preso a calci.
- Cosa vuoi? - domandò a voce bassa l'omone barbuto.
- Un pezzo di ricambio per il mio Smith -  rispose lui.


scritto da: iBorisse alle ore 11:18 | link | commenti
categorie: racconti
lunedì, 11 febbraio 2008

AAA illustratore cercasi

Babbo mi racconti una storia?
Capita spessissimo e ogni tanto, per variare provo ad inventarne una sul momento.
Spesso lasciano il tempo che trovano, altre volte piacciono e così la volta dopo vengono richieste. Ovviamente il piccolo si ricorda la storia meglio del grande e così babbo e figlio piano piano iniziano a rimodellare la storia, a migliorarla e soprattutto a darle una versione stabile e ripetibile. Alcune alla fine sono state anche messe su carta.
Mi piacerebbe un giorno riuscire anche ad illustrarle, ma, come dimostra il mio autoritratto qui a fianco, sono una schiappa nel disegno.
Riporto qui sotto una delle storie, una delle prime scritte, se a qualcuno piacesse e volesse illustrarla sarei felice di dividerne i "diritti" a patto che mi faccia avere in cambio le illustrazioni.

Il topo Zigulì e il mal’umore

Alla fattoria Arcobaleno tutti si aiutano e sono di buonumore, ma da un po’ di tempo le cose non sembravano essere più così:
la mucca Carolina nel suo stalletto era triste e irascibile e non perdeva occasione per borbottare muggiti di disapprovazione e brontolii vari;
il trattore Bartolomeo era triste e depresso e nessuno sapeva perchè.
Anche Martino, il figlio del fattore da un po’ di giorni non faceva altro che frignucolare mentre si aggirava nella rimessa.
Solo il gatto Pedro e il topo Zigulì non avevano perso il sorriso, ma in mezzo a tanto lamentarsi c’era da chiedersi quanto avrebbero resistito prima di essere contagiati anche loro dal malumore.
L’ennesimo giorno di tristezza generale il topo Zigulì uscì dalla sua tana:
- BASTAAAAA!!!! Cosa c’è che non va?, sbottò il topino e tutto risoluto si decise ad affrontare per prima la mucca Carolina.
- Uffa Carolina, cos’hai da lamentarti tutto il santo giorno, se non ti volessi così bene non ti sopporterei già più - le disse

- Sììì, dici bene tu – rispose Carolina, - vorrei vedere te nellla mia situazione: ho fame, tanta fame. Da quando Bartolomeo non si muove più il fattore è costretto a portarmi il fieno caricandoselo sulle spalle e così me ne porta meno del solito e a me non basta.
- Ho faMEEEEEE! - Muggì Carolina.

Zigulì andò quindi nella rimessa dal trattore Bartolomeo
- Bartolomeo, cosa ti prende, perchè non ti muovi più? perchè non vuoi portare il fieno a Carolina? e soprattutto perchè questa faccia triste?!! - Sììì, dici bene tu – attaccò Bartolomeo - da un po’ di tempo il mio motore non vuole partire, c’è stato anche il meccanico a controllare ma non ha risolto niente e io ho una gran paura di essere venduto, o peggio di essere rottamato!
- Sai sono un trattore un po’ vecchiotto oramai – concluse Bartolomeo
Proprio in quel momento arrivò piagnucolando Martino, accompagnato dal fedele gatto Pedro.
- Pedro cosa c’ha Martino che non va? – domandò Zigulì - E’ disperato perchè non riesce a riprendere la sua macchina dal suo nuovo nascondiglio segreto. – rispose il gatto
- E dov’è questo nascondiglio? – chiese Zigulì
- Solo Martino lo sa, e non lo vuole dire a nessuno, perchè dice che altrimenti non sarebbe più segreto! – rispose Pedro.
- Bene, a Martino pensiamo dopo, prima abbiamo un motore da far ripartire – disse Zigulì e tutto risoluto andò dalla ragnetta Penelope.
- Pepi, per cortesia potresti farmi una bella fune con la tua seta? – chiese Zigulì e agginse:
- Devo calarmi nel motore di Bartolomeo
- Con molto piacere – rispose Penelope e in un battibaleno intrecciò una fune lunga e robusta.
Zigulì si legò un capo della fune alla vita e, mentre Pedro teneva l’altro capo, si calò dentro al motore del trattore Bartolomeo.
L'interno del motore era buio e puzzava di nafta, ma Zigulì non si lasciò scoraggiare e continuò ad adentrarsi in quell'antro metallico.
Dopo poco il topino esclamò:
- EVVIVA! Ho trovato! - Cosa? – chiese Pedro
- Due cose ho trovato!
- Cosa? cosa? – insistette Pedro, sempre più curioso
- La soluzione ai problemi di Bartolomeo e Carolina e un nascondiglio segreto! – rispose Zigulì, quindi aggiunse:
- Adesso Pedro tirami fuori da qui!!
- Oh issa, oh issa – in poco tempo Zigulì fu fuori dal motore ad aveva con sè una bella macchinina!
- Martino aveva nascosto la macchinina nel motore di Pedro e la macchinina non faceva più arrivare la benzina al motore – spiegò il topolino
- Vai Bartolomeo metti in moto! – dissero in coro il gatto e il topo
- BRUUUMMMM – ruggì il motore di Bartolomeo che felice ringraziò gli amici e subito partì con un carico extra di fieno per la mucca Carolina
- Ciao Zigulì e grazie anche da parte di Martino– disse Pedro andondosene con la macchinina in bocca.
- MUUUUUUUUU – si sentì muggire felice nella stalla
E fu così che grazie alla buona volontà e all’impegno di un piccolo topino il buonumore tornò alla fattoria Arcobaleno.


iBorisse & son

scritto da: iBorisse alle ore 11:41 | link | commenti (4)
categorie: racconti, bambini, topo zigulì

pensieri, parole, racconti sconnessi e scoordinati

Chi sono

Utente: iBorisse
Nome: Boris
Sono un albero, l'energia dell'atomo e... Paperino. Mi piace leggere. Mi piace scrivere anche se non son capace. Mi piace la musica dal punk al jazz purchè mi prenda lo stomaco. Mi piace suonare anche se non son capace. Mi piace pagaiare lungo i fiumi, discenderli con calma e magari arrivare al mare. Mi piace passeggiare per boschi o per centri storici poco affollati. Mi piace giocare con il Lego. Amo la vita, incasinata o monotona che sia. Amo Manu, la Cice e la Dida, sempre; anche quando rompono o mi fanno incazzare.

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