L'aria era tesa, era quella dei momenti topici in cui scopri se giorni e giorni di appostamenti, pedinamenti avrebbero dato i loro frutti o si sarebbero inesorabilmente rivelati tempo perso.
Da qualche parte nell'edificio una pendola rompeva il silenzio, altrimenti assoluto, con ritmo indolente e svogliato: un metronomo stanco che rallenta di un po' colpo dopo colpo, battito dopo battito.
L'agente fissava la signora Rossi intenta a leggere i propri diritti e intanto si rigirava tra le mani l'oggetto contenuto nell'interno della tasca della giacca. Era un oggetto di metallo dalla forma cilindrica allungata. Gli era stato consegnato all'inizio della missione da Marta: assistente tecnico, segretaria nonché amante dell'agente Bianchi.
Si ricordava ancora le esatte parole che Marta aveva pronunciato nel consegnarglielo:
“E' un congegno molto sofisticato. Premendo questo pulsante da questa estremità esce una piccola punta. La punta contiene al suo interno una minuscola sfera che si trova a contatto con la sostanza colorante della cartuccia interna. Appena ne hai l'occasione, non esitare ad usarla.”.
La signora Rossi alzò lo sguardo dal modulo e fissò l'agente. Quell'uomo piacente ben rasato e ben vestito le ispirava, in modo del tutto irragionevole e sbagliato, fiducia: “Accetto” disse.
Bianchi fulmineo estrasse la biro di Marta dalla tasca e porgendola alla signora fece scattare fuori la punta con destrezza.
La signora Rossi firmò la sua condanna a tasso variabile: euribor + 2.3% di spread.
Avrei potuto intitolarlo “mantra dell'elettore di sinistra che ha votato Veltroni” o più semplicemente “mantra veltroniano”, ma poi sicuramente sarei stato accusato di qualunquismo e allora tanto vale intitolarlo
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che non rispettano le regole
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che fanno le regole e poi non le rispettano
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che non hann un cazz da fare e s'inventano le regole assurde
che poi uno è costretto a non rispettarle
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che non ci puoi dire “Che se c'è una cosa che mi fa incazzar”
che subito s'incazzano
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che si lamentano
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che si lamentano e non fanno nulla
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che si lamentano facendo finta d'incazzarsi
e ti cominciano il discorso con “Che se c'è una cosa che mi fa incazzar”
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che dicono “Che se c'è una cosa che mi fa incazzar”
ma poi non s'incazzano mai.
Quello che segue è una storia raccontata attraverso il dialogo di due personaggi.
Inizialmente volevo riportare solo il dialogo, ma mentre lo scrivevo vedevo tutta la scena e allora ho aggiunto poche descrizioni, quasi degli appunti per farci un giorno un cortometraggio.
Spero piaccia a qualcun'altro oltre me.
Boris
Oh, se qualcuno ci fa un cortometraggio prima di me c'ha la mamma Carfagna.
Le porte si aprono e l'anziano signore entra.
- Buongiorno signore. Sale o scende?
- Salgo grazie. Certo che non si capisce, questi cosi..., questi cosi meccanici..., o santo cielo non mi viene il nome, questo coso che ci porta su...
- Ascensore, signore?
- Sì, ascensore, ascensore! Sempre più veloci, ti s'aggroviglia tutto mentre sali, ma poi non arrivano mai. Quando ero piccolo nonna Adelina andò ad abitare in un palazzo con un... con un coso per portarti su. Con le porte di legno che le potevi chiudere. Cioè le chiudevi tu, non come queste che si chiudono da sole. Io ero piccolo e non avrei potuto prenderlo da solo, ma bé, sì, ero abbastanza alto per arrivare a pigiare il bottone. Abitava al 4, nonna Adelina e io lo prendevo da solo. E come mi piaceva. Era bello. Andava pianino, ma mi sembrava che si arrivava subito. E quando si arrivava sobbalzava tutto.
Ma mi scusi, dove sono? e lei chi è?
- Lei è in ascensore e io sono il lifter, signore.
- Santo cielo che parole difficili, tutti a parlare straniero voialtri, ma un nome ce l'ha?
- Mi chiamo Al, signore.
- Al? Al, certo certo, come quello là della televisione. Grande voce, ma poi, anche lui a lasciare quella povera ragazza dopo quello che era successo. E lei tanto bella. A Cecilia piaceva quella canzonetta sciocca del papero. La metteva di continuo nel mangiadischi. E ballava, ballava per ore. Tutta sua madre. Io e l'Armida ci siamo conosciuti a ballare, sa? La vidi ballare e m'innamorai... La mia Armida sono 3 anni che non c'è più.
- Me ne rattristo, signore.
- Oh, mi scusi, ci conosciamo? Sa dirmi che ci faccio qui? Lei chi è?
- Stiamo salendo signore e io sono Al
Al? Cos'è un diminutivo?
L'anziano intanto fruga nelle tasche e con aria furbetta estrae un cioccolatino. Lo scarta, se lo caccia in bocca e gettando la carta a terra dice strizzando un occhio ad Al:
- Sa, non dovrei, il dottore dice che c'ho il diabete, ma io, tanto sto bene, anzi con la cioccolata sto meglio! Ne vuole uno Alessandro? Sa, anche mio genero si chiama Alessandro.
L'anziano si volta verso l'angolo dell'ascensore dando le spalle ad Al.
- Signore. Signore, mi scusi cosa sta facendo?
- Eh?
- Sta urinando signore!
- Io? No. No.
- In ascensore!
- Oh, insomma lo fanno tutti!
L'ascensore si ferma e le porte si aprono inondando l'ascensore di luce.
- Dove siamo?
- Al suo piano signore; più precisamente tra l'ottantesimo e l'ottantunesimo. In fin dei conti è abbastanza fortunato: in molti hanno il proprio piano molto più in basso. I più fortunati invece non hanno affatto un proprio piano.
- Io, io voglio tornare a casa, l'Armida se non mi vede starà in pensiero. Io, io... cosa faccio qui? Dove sono?
- Casa sua è da questa parte signore. Non potrei, ma se permette l'accompagno.
Tenendolo per un braccio, Al guida il vecchietto in uno spazio dalla luce diffusa, bianca, abbagliante.
- Grazie, grazie giovanotto, sono un povero vecchio solo. Forse mi sono perso.
- Non si preoccupi starò sempre con lei signore
- Sei un bravo ragazzo, come ti chiami?
- Mi chiamo Al, signore.
- E di nome?
- Al è il mio nome, signore. Di cognome faccio Zaimer
- Dove stiamo andando Alessandro, voglio tornare a casa.
- Il concetto di casa signore, è un concetto relativo; astratto. Per il resto dei suoi giorni lei vivrà nel mio, anzi nel nostro, spazio. Uno spazio dentro lo spazio. Ne condivide le superfici ed i contorni, ma non vi appartiene perché nel nostro spazio il tempo è un tempo dentro il tempo. A volte sincrono a volte asincrono. Sempre indietro. Un tempo che si allontana o che rincorre il tempo dei calendari e degli orologi.
- Basta! Che gusto ci prova! Sono solo un povero vecchio! Che gusto ci prova a confondermi le idee!
- Nessun gusto, signore. E' solo il mio dovere, sono qui per questo.
Il corpo giaceva sotto la scarpata della strada dalle 7:00 di quel sabato mattina. Con l'uccello fuori dalla patta e la schiena spezzata attendeva di essere ritrovato alle 7:40 da Giovanni Pregadio, detto zio merda per l'abitudine di raccattare qualsiasi cosa gettata anche solo vagamente riutilizzabile.
Il fatto che si inizi con un cadavere non fa di questa racconto un giallo o un noir ed infatti diciamo subito che l'assassino è Matteo Alemanni: 36 anni; incensurato; precario; sposato e con due figlie: Futura (8 anni) e Asia (6), sintomo (la scelta dei nomi) della voglia di nuovo, di diverso.
Aggiungiamo anche, tanto per togliere ogni voglia di suspance, che nessuno fu mai accusato d'alcunché.
Come la polizia poté rilevare dai documenti rinvenuti nel portafoglio della vittima, il corpo apparteneva a Marco Genovesi: 53 anni; incensurato; operaio tessile in cassa integrazione; sposato con tre figli: Dimitri (25 anni), Natasha (23) e Silvio (15) a dimostrazione del passato e dell'attuale orientamento politico.
I giornali riportarono che Marco Genovesi era una “persona mite”: non aveva infatti un reddito sufficientemente elevato per meritarsi il “persona rispettabile” della stampa. Ad ogni modo, anche se lo avesse avuto (il reddito elevato), la memoria del Genovesi non avrebbe mai potuto aspirare a tanto rispetto mediatico: rimaneva infatti quel particolare scabroso della fava al vento: particolare imperdonabile in un emerito sconosciuto.
Al di là delle frasi fatte dei giornalisti, il Genovesi era un grande guerriero.
Aveva abbattuto centinaia di nemici spietati durante l'inaugurazione del centro commerciale per accaparrarsi una Play Station sotto costo per il piccolo Silvio.
Aveva incrociato le spade con orde di pensionati incarogniti durante le code agli sportelli.
Aveva combattuto contro l'amministrazione pubblica in più di un'occasione per cercare di ottenere rimborsi ed esenzioni.
Aveva sopportato le ingiurie dei condomini per la tenda parasole della terrazzino dal colore non omologato.
Soprattutto s'era fatto un culo tanto per mantenere tutta la famiglia.
L'Alemanni non era sicuramente da meno: di giorno lavorava sottopagato come operatore in un call center e di notte lavorava a nero come facchino presso un grosso spedizioniere.
Il Genovesi e l'Alemanni non si conoscevano e non si erano mai incrociati prima di quel sabato.
Il Genovesi come tutte i giorni da quando era in cassa integrazione, era uscito a fare una pedalata. Bici Legnano da passeggio del 1986 in buono stato; fruit bianca; jeans corti verdi; sandali marroni: insomma, niente a che vedere con un ciclo-amatore. Nessuna passione per il ciclismo; solo pura e semplice valvola di sfogo. Un modo per passare un po' di tempo senza pensare ai conti e a tutto il resto.
Giunto al chilometro 23 della provinciale era sceso di sella, aveva appoggiato la bici ad un pino, e fatti pochi passi più avanti si era infine fermato sul ciglio della strada. La carreggiata alle spalle. Lo sguardo perso sui campi circostanti.
L'Alemanni, rincasava da un lungo turno di facchinaggio, mancavano pochi minuti alle 7:00. Al chilometro 23, il sonno maligno e irrefrenabile si abbatté sull'Alemanni. L'auto, fuori controllo, falciò il Genovesi che stava pisciando.
L'Alemanni riuscì a riprendere il controllo del veicolo, ma non c'è dato sapere perché non si fermò, né se sarebbe servito a qualcosa.
Questa la realtà dei fatti. Non molto distante dalla ricostruzione della polizia: le strisciate nere sull'asfalto non lasciavano dubbi. Molto lontana invece dalle allusioni dei primi articoli del giornale locale: il cazzo all'aria su una strada battuta giorno e notte da puttane e travestiti era un facile appiglio per pestare nel torbido.
La polizia archiviò il caso dopo poche settimane e blande ricerche.
La stampa se ne occupò giusto giusto per un paio di giorni e solo in virtù di quel pisello al vento.
La Legnano del Genovesi non fu mai ritrovata: zio merda aveva pensato bene di portarsela a casa prima di avvisare la polizia.
Come preannunciato non si tratta né di giallo né di noir. Date voi un colore a questo racconto se vi va. Secondo me, il fatto che questo caso possa verosimilmente definirsi “ordinario” la dice lunga e se proprio gli si deve dare un'etichetta, un colore, un profumo, non si può non tener conto del soprannome del Pregadio.
Boris
NB: Riferimenti a fatti e/o persone sono del tutto casuali
pensieri, parole, racconti sconnessi e scoordinati