Alle 7.35 il tostapane a raggi poli-ionici entrò in funzione automaticamente. 2,8 secondi dopo il toast era pronto, tostato a puntino su ambo i lati in modo uniforme.
Il tostapane, come tutti gli altri elettrodomestici, tutti i macchinari e tutti i mezzi di locomozione era alimentato a corrente dissociata prodotta da pannelli foto-atomici.
La corrente dissociata era costituita da due flussi distinti di particelle elettriche: uno di sole particelle positive, l'altro di sole particelle negative.
Il pannello foto-atomico non faceva altro che convogliare l'energia luminosa su uno strato gelatinoso ottenuto dai rifiuti organici addizionati con alcuni enzimi H modificati. Il gel, sotto la sollecitazione luminosa, produceva un flusso di protoni ed elettroni non legati tra loro che venivano distribuiti tramite collegamenti a cavità risonanti alle apparecchiature da alimentare.
Ogni sistema che aveva bisogno di energia era collegato, o ospitava al proprio interno, un ricombinatore che, sfruttando l'energia rilasciata dai legami che si venivano a formare tra protoni ed elettroni, forniva all'apparato la potenza necessaria a svolgere le funzioni preposte; nella fattispecie, tostare il pane.
Schema funzionale di un impianto foto-atomico domestico
Esistevano due tipi di ricombinatori: il ricombintore 2(1+1) o H2 e il ricombinatore 2+2 o He.
Il primo combinava 1 protone con un 1 elettrone formando un atomo di idrogeno (H) che inevitabilmente si legava ad un altro atomo H formando la molecole di idrogeno H2.
Il secondo combinava due protoni e due elettroni producendo un atomo di elio (He)
I ricombinatori 2(1+1) erano generalmente usati nel settore industriale per vari motivi:
I pareri riguardo i grassi idrogenati nelle merendine erano discordanti. I complottisti sostenevano che erano nocivi, a lungo andare addirittura mortali, la comunità scientifica delle merendine sosteneva che erano identici ai grassi naturali non trattati.
Alla metà degli anni 30 il governo, per risolvere la contesa, dette il via ad un esperimento su un campione di 8 volontari così composto:
L'esperimento consisteva nel rinchiudere gli 8 in una casa, riprenderli 24 ore su 24 da 1000 telecamere e nel nutrirli esclusivamente con grassi idrogenati. L'esperimento venne finanziato dai proventi dei diritti televisivi del reality che ne scaturì e che venne intitolato “il grande macello”.
Il risultato del reality-experiment fu disastroso: dopo 1 mese i due animali morirono di diarrea; dopo 2 fu la volta dell'anziano, stroncato da infarto durante un amplesso con la siliconata ultrasessantenne trasmesso in diretta a reti unificate; di lì a poco fu la volta dell'anziana signora, deceduta durante una liposuzione; seguirono a ruota le due anoressiche per deperimento (cedevano le loro porzioni di grassi idrogenati ai bulimici e agli animali); infine fu la volta dei bulimici più o meno per gli stessi motivi dei due animali con l'aggiunta di complicanze cardiovascolari.
Nonostante l'ecatombe fu un successo televisivo incredibile, quanto inaspettato.
Le industrie delle merendine, per dimostrare la faziosità dell'esperimento e per risanare le perdite dovute al calo delle vendite, finanziarono allora “il grande macello 2”: stesso campione di cavie della prima edizione, ma stavolta nutriti esclusivamente con lardo di Colonnata.
Quando dico “ stesso campione di cavie” intendo dire che le persone e gli animali erano proprio gli stessi. Il pubblico sembrò non badare all'incongruenza del fatto; anzi sembrò apprezzare e la seconda edizione fu addirittura un trionfo. I risultati dell'esperimento furono identici e pertanto venne accettato il fatto che i grassi idrogenati facevano bene quanto quelli naturali e la vendita di merendine ebbe la sua ripresa.
I ricombinatore 2+2 veniva usato invece in ambito domestico principalmente perchè l'elio è meno esplosivo dell'idrogeno.
L'elio prodotto veniva usato per gonfiare i palloncini. I palloncini erano diventati in breve tempo il regalo più detestato dai mocciosi: i più magri facevano fatica a camminare alleggeriti dai palloncini legati ai bracci, i più ciccioni facevano fatica a portare il cibo alla bocca dato che i maledetti palloncini erano talmente tanti da costringerti a stare a braccia sollevate tutto il giorno.
La scuola era diventata improvvisamente un posto popolare: era l'unico posto in cui era consentito slacciarsi i palloncini dai polsi (era il solo modo per garantire visibilità di lavagna ed insegnante anche dalla seconda fila in poi). Apposite rastrelliere per palloncini erano presenti all'ingresso di tutti gli istituti e all'uscita il personale non docente vigilava che ogni bambino si riprendesse il proprio sacchetto della spaz..., pardon, i propri palloncini).
Come contropartita, andare al cinema a vedere un film per bambini era invece un incubo.

- oggi niente scuola, andiamo tutti al mare!!
- Nooooo!!! - protestarono in coro i due piccoli
- Su, su, poche storie c'è un monte d'elio da smaltire prendetevi i vostri palloncini ed usciamo.
(ovvero un post un po' melenso, doveroso ed impellente, più che nato rigurgitato dal cuore)
...e così, dopo questi fatti e una provvidenziale, quanto tempestiva offerta, da parte di una società di topolinia ho dato le dimissioni dalla a.c.m.e. e di conseguenza dalla paperopoli spa.
Mi è dispiaciuto. Molto. Mi è dispiaciuto per i colleghi che ho lasciato. In oltre dieci anni da nomade dell'impiego, forse questi sono i migliori che lascio.
Forse i migliori come preparazione, sicuramente i migliori dal punto di vista umano.
Ci siamo fatti venire le lacrime e mal di pancia a forza di ridire e di scherzare, ma nonostante questo e malgrado la paperopoli spa abbiamo anche realizzato progetti complessi e interessanti.
Vi voglio bene. In bocca a lupo a tutti noi.


L'aria era tesa, era quella dei momenti topici in cui scopri se giorni e giorni di appostamenti, pedinamenti avrebbero dato i loro frutti o si sarebbero inesorabilmente rivelati tempo perso.
Da qualche parte nell'edificio una pendola rompeva il silenzio, altrimenti assoluto, con ritmo indolente e svogliato: un metronomo stanco che rallenta di un po' colpo dopo colpo, battito dopo battito.
L'agente fissava la signora Rossi intenta a leggere i propri diritti e intanto si rigirava tra le mani l'oggetto contenuto nell'interno della tasca della giacca. Era un oggetto di metallo dalla forma cilindrica allungata. Gli era stato consegnato all'inizio della missione da Marta: assistente tecnico, segretaria nonché amante dell'agente Bianchi.
Si ricordava ancora le esatte parole che Marta aveva pronunciato nel consegnarglielo:
“E' un congegno molto sofisticato. Premendo questo pulsante da questa estremità esce una piccola punta. La punta contiene al suo interno una minuscola sfera che si trova a contatto con la sostanza colorante della cartuccia interna. Appena ne hai l'occasione, non esitare ad usarla.”.
La signora Rossi alzò lo sguardo dal modulo e fissò l'agente. Quell'uomo piacente ben rasato e ben vestito le ispirava, in modo del tutto irragionevole e sbagliato, fiducia: “Accetto” disse.
Bianchi fulmineo estrasse la biro di Marta dalla tasca e porgendola alla signora fece scattare fuori la punta con destrezza.
La signora Rossi firmò la sua condanna a tasso variabile: euribor + 2.3% di spread.
Avrei potuto intitolarlo “mantra dell'elettore di sinistra che ha votato Veltroni” o più semplicemente “mantra veltroniano”, ma poi sicuramente sarei stato accusato di qualunquismo e allora tanto vale intitolarlo
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che non rispettano le regole
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che fanno le regole e poi non le rispettano
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che non hann un cazz da fare e s'inventano le regole assurde
che poi uno è costretto a non rispettarle
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che non ci puoi dire “Che se c'è una cosa che mi fa incazzar”
che subito s'incazzano
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che si lamentano
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che si lamentano e non fanno nulla
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che si lamentano facendo finta d'incazzarsi
e ti cominciano il discorso con “Che se c'è una cosa che mi fa incazzar”
Che se c'è una cosa che mi fa incazzar
sono quelli che dicono “Che se c'è una cosa che mi fa incazzar”
ma poi non s'incazzano mai.
Ero seduto su una sfigatissima fila di poltroncine ricavate in una rientranza della sala alla sinistra dello schermo. Per vedere il film dovevi stare seduto a ¾ rispetto allo schienale.
Unico vantaggio era sulla parete davanti alle poltroncine era fissato un bellissimo ripiano in granito sul quale avevo appoggiato la videocamera e la borraccia. Una bella borraccia da boy-scout. Che ci volete fare: mi viene sempre una gran sete quando vado al cinema e siedo a ¾ , quindi è normale avessi la borraccia con me.
Ad un certo punto, poco prima dell’inizio della proiezione, l’inserviente di sala mi si para davanti con aria severa. E’ un donnone immenso. Spalle larghissime su un’altezza di oltre tre metri aumentata ulteriormente da un tacco 20. Capelli crespi. Non proferisce parola e con ghigno cagnesco indica le cose poste sul piano di granito. Deduco che non vuole che stiano lì.
Metto la videocamera nel cassetto sotto il ripiano, ma la borraccia la lascio lì.
Ve l’ho già detto che mi viene sempre una gran sete quando vado al cinema e siedo a ¾? Bene, allora capite perché voglio avere la borraccia a portata di mano.
L’energumena però me la prende per portarmela via e questo è troppo. M’incazzo. Con un salto olimpionico l’afferro per i capelli per tirarla giù e riprendermi quanto è mio.
La tipa è tosta però, si curva solo leggermente e con me appeso si trascina fino alla prima fila dove siede il direttore del cinema. Il direttore con aria di sufficienza fa cenno all’inserviente di restituirmi la borraccia e io mollo la presa. La stronza però si mette a giocare come si fa con i bambini: fa cenno di restituirmi l’oggetto e poi all’ultimo momento ritrae la mano che lo regge verso l’alto. Troppo in alto per i mie salti.
Fanculo bastarda: con una falciata rasoterra le spacco il tacco 20 e lei cade malamente.
Mi riprendo la borraccia e me ne vado. Prima però mi fermo al baretto del cinema per bere una spuma. Oh, il cinema mi mette sete, s’è capito?
Questo è ciò che si sogna quando sei in attesa di una lettera d’incarico dall’azienda nella quale fai consulenza. Una lettera d’incarico che ti dovrebbe promuovere di livello e di stipendio.
Questo è ciò che si sogna quando per 2 mesi ti fai il culo per coprire il ruolo vecchio e quello nuovo con lo stesso vecchio stipendio, in attesa della fottuta lettera.
Questo è ciò che si sogna quando alle 19.00 di un giovedì ti telefona il responsabile del reparto e ti dice che le assunzioni per il 2008 e forse tutto il 2009 sono bloccate. (Eh per quale cazzo di motivo mi siete venuti a cercare? Perché tutto il teatrino dei colloqui anche se già mi conoscevate e la contrattazione del trattamento?)
Questo è ciò che si sogna quando durante i due mesi in cui hai ricoperto il ruolo che ti era stato promesso hai appreso che non ci sono soldi per garantire la copertura di tutto il 2009 ad un ulteiore consulente e ti trovi ad essere l’ulteriore consulente.
Questo è quello che sogni quando nel giro di 2 minuti ti trovi a passare da una promozione ad un probabile rischio di occupazione.
L’alternativa è il sogno di tutte le aziende: il triplo del lavoro allo stesso prezzo; ma si sa che i sogni non si avverano mai.
Per coloro che sono capitati qui e hanno avuto la pazienza di leggere fino a questo punto e avessero voglia di lasciare un commento “consolatorio”: non fatelo, non ne ho bisogno.
Non ho bisogno di essere rincuorato. Non sono triste. Sono incazzato; e la cosa che mi fa più incazzare è che come un coglione ho lascito la videocamera nel cassetto del cinema.

Giorni apatici questi.
Stamattina al risveglio ho trovato una svedese bellissima tutta nuda nel soggiorno. Mi ha allungato una tazzina di caffè sussurrandomi melliflua: “buongiorno, ti stavo aspettando.”
L'ho fissata a lungo negli occhi mentre sorseggiavo il caffè: avevo l'impressione di averla già vista, forse in televisione o su qualche giornaletto pornografico o chi sa dove. Cioè, capite quanto sono apatico? Ho un gran pezzo di svedese tutta nuda e disponibile e io la guardo negli occhi!
Mentre andavo al lavoro, guidando senza attenzione, mi è venuto in mente dove avevo visto la svedese: sul catalogo Ikea. Incredibile ma non mi ricordo proprio quando l'ho montata. Un brivido mi è sceso lungo la schiena ricordandone il nome. Se fossi stato meno apatico avrei puntato lo sguardo più in basso e avrei risolto il mistero di quell'articolo femminile davanti a quel nome maschile: la Billy.
Sono proprio a corto di energie. L'apatia mi spinge a sperare in fantastici superpoteri che mi facciano evitare anche i minimi sforzi.
Ieri ad esempio mi è caduto il portafoglio. Sono rimasto un quarto d'ora a fissarlo con la mano protesa in avanti pensando intensamente: “vieni a me, vieni a me, vieni a me”.
Alla fine il superpotere si è manifestato sotto forma di barbone che l'ha raccolto, l'ha svuotato e me l'ha restituito. Non gli ho detto nemmeno grazie, in fin dei conti 10 euro per un superpotere è un buon prezzo.
Comunque, poteri a parte, proprio così non va: ho anche perso la voglia di dire cazzate.
Quello che segue è una storia raccontata attraverso il dialogo di due personaggi.
Inizialmente volevo riportare solo il dialogo, ma mentre lo scrivevo vedevo tutta la scena e allora ho aggiunto poche descrizioni, quasi degli appunti per farci un giorno un cortometraggio.
Spero piaccia a qualcun'altro oltre me.
Boris
Oh, se qualcuno ci fa un cortometraggio prima di me c'ha la mamma Carfagna.
Le porte si aprono e l'anziano signore entra.
- Buongiorno signore. Sale o scende?
- Salgo grazie. Certo che non si capisce, questi cosi..., questi cosi meccanici..., o santo cielo non mi viene il nome, questo coso che ci porta su...
- Ascensore, signore?
- Sì, ascensore, ascensore! Sempre più veloci, ti s'aggroviglia tutto mentre sali, ma poi non arrivano mai. Quando ero piccolo nonna Adelina andò ad abitare in un palazzo con un... con un coso per portarti su. Con le porte di legno che le potevi chiudere. Cioè le chiudevi tu, non come queste che si chiudono da sole. Io ero piccolo e non avrei potuto prenderlo da solo, ma bé, sì, ero abbastanza alto per arrivare a pigiare il bottone. Abitava al 4, nonna Adelina e io lo prendevo da solo. E come mi piaceva. Era bello. Andava pianino, ma mi sembrava che si arrivava subito. E quando si arrivava sobbalzava tutto.
Ma mi scusi, dove sono? e lei chi è?
- Lei è in ascensore e io sono il lifter, signore.
- Santo cielo che parole difficili, tutti a parlare straniero voialtri, ma un nome ce l'ha?
- Mi chiamo Al, signore.
- Al? Al, certo certo, come quello là della televisione. Grande voce, ma poi, anche lui a lasciare quella povera ragazza dopo quello che era successo. E lei tanto bella. A Cecilia piaceva quella canzonetta sciocca del papero. La metteva di continuo nel mangiadischi. E ballava, ballava per ore. Tutta sua madre. Io e l'Armida ci siamo conosciuti a ballare, sa? La vidi ballare e m'innamorai... La mia Armida sono 3 anni che non c'è più.
- Me ne rattristo, signore.
- Oh, mi scusi, ci conosciamo? Sa dirmi che ci faccio qui? Lei chi è?
- Stiamo salendo signore e io sono Al
Al? Cos'è un diminutivo?
L'anziano intanto fruga nelle tasche e con aria furbetta estrae un cioccolatino. Lo scarta, se lo caccia in bocca e gettando la carta a terra dice strizzando un occhio ad Al:
- Sa, non dovrei, il dottore dice che c'ho il diabete, ma io, tanto sto bene, anzi con la cioccolata sto meglio! Ne vuole uno Alessandro? Sa, anche mio genero si chiama Alessandro.
L'anziano si volta verso l'angolo dell'ascensore dando le spalle ad Al.
- Signore. Signore, mi scusi cosa sta facendo?
- Eh?
- Sta urinando signore!
- Io? No. No.
- In ascensore!
- Oh, insomma lo fanno tutti!
L'ascensore si ferma e le porte si aprono inondando l'ascensore di luce.
- Dove siamo?
- Al suo piano signore; più precisamente tra l'ottantesimo e l'ottantunesimo. In fin dei conti è abbastanza fortunato: in molti hanno il proprio piano molto più in basso. I più fortunati invece non hanno affatto un proprio piano.
- Io, io voglio tornare a casa, l'Armida se non mi vede starà in pensiero. Io, io... cosa faccio qui? Dove sono?
- Casa sua è da questa parte signore. Non potrei, ma se permette l'accompagno.
Tenendolo per un braccio, Al guida il vecchietto in uno spazio dalla luce diffusa, bianca, abbagliante.
- Grazie, grazie giovanotto, sono un povero vecchio solo. Forse mi sono perso.
- Non si preoccupi starò sempre con lei signore
- Sei un bravo ragazzo, come ti chiami?
- Mi chiamo Al, signore.
- E di nome?
- Al è il mio nome, signore. Di cognome faccio Zaimer
- Dove stiamo andando Alessandro, voglio tornare a casa.
- Il concetto di casa signore, è un concetto relativo; astratto. Per il resto dei suoi giorni lei vivrà nel mio, anzi nel nostro, spazio. Uno spazio dentro lo spazio. Ne condivide le superfici ed i contorni, ma non vi appartiene perché nel nostro spazio il tempo è un tempo dentro il tempo. A volte sincrono a volte asincrono. Sempre indietro. Un tempo che si allontana o che rincorre il tempo dei calendari e degli orologi.
- Basta! Che gusto ci prova! Sono solo un povero vecchio! Che gusto ci prova a confondermi le idee!
- Nessun gusto, signore. E' solo il mio dovere, sono qui per questo.
| Abile nel labile alibi "è una festa" indugio e adagio la 'nduja spalmo crostino ambìto ardito lo strato è alto un dito t'addento e alla dieta attento. (ecchissenefrega) Boris
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Mi sono accorto che spesso sono molto approssimativo nelle cose che faccio.
Me ne sono reso conto in questi giorni mentre prendevo le misure per comprare il legno necessario a costruire una piccola libreria.
Ogni volta che compro compensato, tavole e affini finisce sempre che mi manca o mi avanza del legno.
Un rapido calcolo ed ho scoperto che un metro è la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in 30,663318988498369762190615215544 periodi della radiazione del cesio-133.
Procurarsi il cesio è stato relativamente semplice, mettere sotto vuoto il salotto un po’ meno, ma alla fine ce l’ho fatta. Trattenendo il respiro ho acceso la luce, ho contato le oscillazioni e ho scoperto che la parete misura esattamente 95,056288864344946262790907168185 oscillazioni di cesio di larghezza per 81,257795319520679869805130321181 oscillazioni di cesio di altezza.
Mi chiedo se ho fatto bene o se sono stato troppo approssimativo e se, e come, questa mia mancanza di precisione, influisce sull'entropia cosmica. Credo che chiederò un parere al noto professor Hoffmann.
Il corpo giaceva sotto la scarpata della strada dalle 7:00 di quel sabato mattina. Con l'uccello fuori dalla patta e la schiena spezzata attendeva di essere ritrovato alle 7:40 da Giovanni Pregadio, detto zio merda per l'abitudine di raccattare qualsiasi cosa gettata anche solo vagamente riutilizzabile.
Il fatto che si inizi con un cadavere non fa di questa racconto un giallo o un noir ed infatti diciamo subito che l'assassino è Matteo Alemanni: 36 anni; incensurato; precario; sposato e con due figlie: Futura (8 anni) e Asia (6), sintomo (la scelta dei nomi) della voglia di nuovo, di diverso.
Aggiungiamo anche, tanto per togliere ogni voglia di suspance, che nessuno fu mai accusato d'alcunché.
Come la polizia poté rilevare dai documenti rinvenuti nel portafoglio della vittima, il corpo apparteneva a Marco Genovesi: 53 anni; incensurato; operaio tessile in cassa integrazione; sposato con tre figli: Dimitri (25 anni), Natasha (23) e Silvio (15) a dimostrazione del passato e dell'attuale orientamento politico.
I giornali riportarono che Marco Genovesi era una “persona mite”: non aveva infatti un reddito sufficientemente elevato per meritarsi il “persona rispettabile” della stampa. Ad ogni modo, anche se lo avesse avuto (il reddito elevato), la memoria del Genovesi non avrebbe mai potuto aspirare a tanto rispetto mediatico: rimaneva infatti quel particolare scabroso della fava al vento: particolare imperdonabile in un emerito sconosciuto.
Al di là delle frasi fatte dei giornalisti, il Genovesi era un grande guerriero.
Aveva abbattuto centinaia di nemici spietati durante l'inaugurazione del centro commerciale per accaparrarsi una Play Station sotto costo per il piccolo Silvio.
Aveva incrociato le spade con orde di pensionati incarogniti durante le code agli sportelli.
Aveva combattuto contro l'amministrazione pubblica in più di un'occasione per cercare di ottenere rimborsi ed esenzioni.
Aveva sopportato le ingiurie dei condomini per la tenda parasole della terrazzino dal colore non omologato.
Soprattutto s'era fatto un culo tanto per mantenere tutta la famiglia.
L'Alemanni non era sicuramente da meno: di giorno lavorava sottopagato come operatore in un call center e di notte lavorava a nero come facchino presso un grosso spedizioniere.
Il Genovesi e l'Alemanni non si conoscevano e non si erano mai incrociati prima di quel sabato.
Il Genovesi come tutte i giorni da quando era in cassa integrazione, era uscito a fare una pedalata. Bici Legnano da passeggio del 1986 in buono stato; fruit bianca; jeans corti verdi; sandali marroni: insomma, niente a che vedere con un ciclo-amatore. Nessuna passione per il ciclismo; solo pura e semplice valvola di sfogo. Un modo per passare un po' di tempo senza pensare ai conti e a tutto il resto.
Giunto al chilometro 23 della provinciale era sceso di sella, aveva appoggiato la bici ad un pino, e fatti pochi passi più avanti si era infine fermato sul ciglio della strada. La carreggiata alle spalle. Lo sguardo perso sui campi circostanti.
L'Alemanni, rincasava da un lungo turno di facchinaggio, mancavano pochi minuti alle 7:00. Al chilometro 23, il sonno maligno e irrefrenabile si abbatté sull'Alemanni. L'auto, fuori controllo, falciò il Genovesi che stava pisciando.
L'Alemanni riuscì a riprendere il controllo del veicolo, ma non c'è dato sapere perché non si fermò, né se sarebbe servito a qualcosa.
Questa la realtà dei fatti. Non molto distante dalla ricostruzione della polizia: le strisciate nere sull'asfalto non lasciavano dubbi. Molto lontana invece dalle allusioni dei primi articoli del giornale locale: il cazzo all'aria su una strada battuta giorno e notte da puttane e travestiti era un facile appiglio per pestare nel torbido.
La polizia archiviò il caso dopo poche settimane e blande ricerche.
La stampa se ne occupò giusto giusto per un paio di giorni e solo in virtù di quel pisello al vento.
La Legnano del Genovesi non fu mai ritrovata: zio merda aveva pensato bene di portarsela a casa prima di avvisare la polizia.
Come preannunciato non si tratta né di giallo né di noir. Date voi un colore a questo racconto se vi va. Secondo me, il fatto che questo caso possa verosimilmente definirsi “ordinario” la dice lunga e se proprio gli si deve dare un'etichetta, un colore, un profumo, non si può non tener conto del soprannome del Pregadio.
Boris
NB: Riferimenti a fatti e/o persone sono del tutto casuali
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Scheda Tecnica
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Titolo
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Legalize It!
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Regia & Montaggio
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Threshold Brothers (Luca, Sergio, Giovanni detto Iso)
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Soggetto & Sceneggiatura
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Boris
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Attori
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Sergio (acquirente), Iso (spacciatore)
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Riprese
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Boris
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| Musica | Miscela di brani di musica industriale di gruppi che forse solo Sergio ascolta |
Oggi è l'ultimo giorno di materna del mio piccolo Leonardo. Stamattina era emozionato e si è voluto mettere il gel nei capelli per essere più bello in questo giorno speciale. pensieri, parole, racconti sconnessi e scoordinati